— I tuoi genitori probabilmente non ti hanno insegnato il rispetto.
Luca abbassò lo sguardo.
Nessuno dei suoi compagni disse una parola.
L’insegnante aveva trovato alcuni fogli a terra vicino al suo banco e aveva subito pensato che fosse stato Luca a gettarli.
— Non hai niente da dire?
— Non sono stato io, professore.
— Certo. C’è sempre una scusa.
Proprio in quel momento, la porta dell’aula si aprì.
Entrò un uomo elegante in abito scuro.
L’insegnante lo riconobbe immediatamente: era Alessandro Romano, un noto giudice della città.
— Mi scusi per il ritardo.
Poi guardò Luca.
— Sono suo padre.
Il volto dell’insegnante cambiò.
— Dottor Romano… non sapevo…
Alessandro lo interruppe con calma.
— Il mio lavoro non ha importanza. Sono qui perché mi avete chiesto di parlare di ciò che è successo.
Poi si rivolse al figlio.
— Luca, raccontami la tua versione.
Prima che il ragazzo potesse rispondere, una compagna alzò la mano.
— Professore… Luca aveva detto la verità.
Un altro studente confermò che i fogli erano caduti accidentalmente dallo zaino di un compagno mentre spostavano le sedie.
L’insegnante rimase in silenzio.
Alessandro non alzò la voce.
— Tutti possiamo sbagliare. Ma prima di dire a un ragazzo che i suoi genitori non gli hanno insegnato il rispetto, forse bisognerebbe verificare cosa è realmente successo.
L’insegnante guardò Luca.
— Hai ragione. Ti ho accusato troppo in fretta. Mi dispiace.
Luca finalmente alzò lo sguardo.
Alessandro non chiese punizioni e non usò il proprio ruolo per intimidire nessuno. Chiese soltanto che, in futuro, ogni studente venisse ascoltato prima di essere accusato davanti alla classe.
Uscendo, Luca domandò:
— Papà, perché non gli hai ricordato subito che sei un giudice?
Alessandro sorrise.
— Perché non dovrebbe essere necessario sapere chi è tuo padre per trattarti con rispetto.
E quel giorno la lezione più importante non era scritta su nessun libro: prima di giudicare qualcuno, bisogna conoscere tutta la storia.