— Vattene da qui. Pensavamo che fossi la donna delle pulizie.
La frase attirò immediatamente l’attenzione di alcune persone.
L’asta si svolgeva in uno storico palazzo di Milano.
Imprenditori, collezionisti e rappresentanti di alcune delle famiglie più conosciute d’Italia riempivano la sala.
In mezzo a vestiti firmati e gioielli preziosi c’era Giulia.
Indossava un semplice abito nero.
Nessun gioiello vistoso.
Nessuna borsa di lusso.
Davanti a lei, Beatrice e Caterina la osservavano divertite.
— L’ingresso del personale è dall’altra parte —aggiunse Caterina.
Giulia rimase calma.
— Non sto cercando l’ingresso del personale.
Beatrice sorrise.
— Allora ti sei persa?
— No. Sono qui per l’asta.
Le due donne si guardarono e risero.
— Certo.
Giulia non aggiunse altro.
Pochi istanti dopo, il banditore invitò tutti a prendere posto.
L’asta cominciò.
Vennero presentati dipinti, orologi antichi e pezzi provenienti da importanti collezioni private.
Giulia rimase seduta nelle ultime file.
Non fece neppure un’offerta.
Beatrice si voltò verso Caterina.
— Hai visto? Probabilmente è entrata con qualcuno.
Poi arrivò il pezzo principale della serata.
Un’opera estremamente rara.
Le offerte iniziarono immediatamente.
— Sei milioni di euro.
Una mano si alzò.
— Sette milioni.
Nuova offerta.
— Otto milioni.
Un imprenditore vicino a Beatrice offrì nove.
Il banditore osservò la sala.
— Dieci milioni di euro?
Silenzio.
Nessuno si mosse.
Poi, dal fondo della sala, Giulia alzò tranquillamente la mano.
Decine di persone si voltarono.
Beatrice spalancò gli occhi.
— Che cosa sta facendo?
Caterina sussurrò:
— Sarà impazzita.
Il banditore verificò l’offerta secondo le procedure della casa d’aste.
Poi ripeté:
— Dieci milioni di euro.
Attese.
— Una volta.
Nessuno rilanciò.
— Due volte.
Beatrice continuava a fissare Giulia.
Il martelletto colpì il tavolo.
— Aggiudicato.
Un mormorio attraversò la sala.
Giulia abbassò tranquillamente la mano.
Poco dopo, un responsabile della casa d’aste le si avvicinò personalmente.
— Signorina Moretti, possiamo completare le formalità nel salone privato quando desidera.
— Grazie.
Beatrice sentì quel cognome.
Moretti.
La sua espressione cambiò.
— Quel nome mi sembra familiare.
Caterina non rispose.
Giulia terminò la conversazione e si avvicinò alle due donne.
Questa volta Beatrice cercò di sorridere.
— A quanto pare ti abbiamo giudicata male.
— A quanto pare.
— Dieci milioni sono una cifra importante.
— Lo sono.
Caterina intervenne rapidamente:
— Quello di prima era soltanto uno scherzo.
Giulia la guardò.
— Davvero?
Nessuna delle due rispose.
Giulia allora domandò:
— E sapete chi è mio padre?
Beatrice aggrottò la fronte.
— Dovremmo?
Giulia accennò un sorriso.
— Il suo nome vi è sicuramente molto familiare.
In quel momento si aprì la porta principale.
Entrò un uomo elegante sulla sessantina.
Diversi imprenditori presenti si alzarono quasi contemporaneamente per salutarlo.
Caterina guardò Beatrice.
— Chi è?
Ma Beatrice era diventata pallida.
— Carlo Moretti.
Caterina si voltò lentamente verso Giulia.
Il gruppo Moretti era coinvolto in importanti investimenti e progetti industriali.
E l’azienda della famiglia di Beatrice cercava da mesi di ottenere un incontro con i suoi rappresentanti per una possibile collaborazione.
Carlo raggiunse Giulia.
— Tutto bene?
— Perfettamente, papà.
Il sorriso di Beatrice scomparve.
— Signor Moretti…
Carlo la salutò educatamente.
— Piacere.
Giulia intervenne:
— Papà, loro sono le due donne che poco fa pensavano che fossi la donna delle pulizie.
Silenzio.
Beatrice reagì immediatamente.
— È stato solo un malinteso.
Giulia scosse la testa.
— No.
Le due donne la guardarono.
— Scambiarmi per una donna delle pulizie non è stato il vostro errore.
Indicò discretamente una dipendente che stava sistemando alcuni bicchieri.
— Il vostro errore è stato pensare di poter trattare male qualcuno perché credevate che fosse una donna delle pulizie.
Carlo rimase in silenzio.
Caterina abbassò lo sguardo.
Beatrice cercò di spiegarsi.
— Non sapevamo chi fosse.
Carlo rispose finalmente:
— Ed è proprio questo il punto.
Beatrice non disse più nulla.
Più tardi tentò comunque di parlare con Carlo della collaborazione che interessava alla sua famiglia.
Lui rimase professionale.
Spiegò che qualsiasi progetto sarebbe stato valutato normalmente dai responsabili competenti, senza promesse e senza decisioni prese durante una festa.
Giulia non gli chiese di vendicarsi.
Non voleva distruggere affari o carriere per un insulto.
Prima della fine della serata, Caterina tornò da lei.
— Posso chiederti una cosa?
— Certo.
— Perché non ci hai detto subito chi eri?
Giulia sorrise.
— Perché non dovreste aver bisogno di sapere chi è mio padre per decidere come parlarmi.
Caterina rimase in silenzio.
Giulia continuò:
— E soprattutto non dovreste aver bisogno di scoprirlo per rispettare una persona che lavora nelle pulizie.
Poco prima, le avevano detto:
«Vattene da qui. Pensavamo che fossi la donna delle pulizie.»
Poi il banditore aveva annunciato:
«Dieci milioni di euro.»
Giulia aveva semplicemente alzato la mano.
Il martelletto era caduto.
«Aggiudicato.»
Solo allora tutti avevano voluto sapere chi fosse.
Ma quando Beatrice e Caterina scoprirono il nome di suo padre, Giulia fece capire loro che avevano ancora frainteso la vera lezione.
Il loro errore non era stato scambiare una ricca ereditiera per una donna delle pulizie. Era stato credere che una donna delle pulizie meritasse meno rispetto di una ricca ereditiera.