Marcel Dufour aveva consegnato la posta nel villaggio di Saint-Aubin per trentotto anni. Conosceva ogni cassetta, ogni cane, ogni nome. La mattina del suo pensionamento, mentre svuotava per l’ultima volta la vecchia borsa di cuoio, sentì qualcosa incastrato nella fodera.
Era una busta ingiallita, con un francobollo di un’altra epoca, indirizzata a «Signorina Jeanne Lambert, rue des Tilleuls». Non era mai stata aperta. Il timbro postale indicava un mese di marzo di quarant’anni prima.
A Marcel si strinse il cuore. Ricordava quell’anno: aveva appena iniziato, era maldestro, e in una giornata di tempesta aveva perso un fascio di lettere. Non aveva mai saputo quali.
Avrebbe potuto riconsegnarla all’ufficio postale, o buttarla. Invece indossò la giacca della domenica e andò a bussare alla porta di rue des Tilleuls. Jeanne, ormai una donna di sessantasette anni dai capelli argentati, aprì sorpresa.
«Signora, ho una lettera per lei. Ha quarant’anni di ritardo.»
Jeanne impallidì. Le mani le tremavano mentre strappava la busta. Dentro c’erano due fogli. Il primo era la lettera di un giovane, Antoine, che scriveva di essere stato ammesso a una scuola a Lione. Partiva, ma voleva che lei lo raggiungesse. Le dava una data: il 15 aprile, sul binario della stazione.
«Mi ha aspettata», sussurrò Jeanne. «E io non ho mai ricevuto questa lettera. Pensavo che mi avesse dimenticata.»
Il secondo foglio era un biglietto del treno, piegato in quattro.
Marcel abbassò lo sguardo, divorato dalla vergogna. Voleva chiedere scusa, ma Jeanne gli prese la mano.
«Non è colpa sua, signor Dufour. A volte il destino usa il postino come messaggero.»
Quella stessa sera, aiutato dalla nipote di Jeanne, Marcel rintracciò Antoine. Viveva ancora a Lione, vedovo da anni, e non aveva mai smesso di tenere una foto di Jeanne sul camino.
Al telefono la voce di Antoine si spezzò. Quel 15 aprile aveva aspettato sul binario fino all’ultimo treno della sera. Poi era salito da solo, convinto che lei avesse semplicemente scelto di restare. Non aveva mai osato scrivere una seconda volta, per paura di una risposta che gli avrebbe fatto male.
Tre settimane dopo, un treno entrò nella stazioncina del villaggio. Sul binario, Marcel teneva un mazzo di fiori di tiglio. Quando scese un uomo dai capelli bianchi, Jeanne gli prese la mano, quarant’anni dopo.
«Certi ritardi valgono la pena di essere aspettati», sorrise lei.
Da quel giorno, a Saint-Aubin dicono che Marcel non è mai andato davvero in pensione. Ogni primavera accompagna Jeanne e Antoine sul binario della stazione e ricorda loro, ridendo, che questa volta la posta è arrivata in orario.