Egor e sua madre fanno capire a Valeria che, finché vive in quella casa, dovrà rispettare le loro decisioni. Ma durante il tragitto per il lavoro, una chiamata inaspettata le offre finalmente una via d’uscita.

— Smettila di dare ordini qui. Questa è la casa di mia madre, ed è lei che decide.

La voce di Egor riempì la cucina.

Valeria rimase immobile davanti a lui.

Raisa Fëdorovna, seduta al tavolo, intervenne subito:

— Finalmente glielo dici chiaramente.

Poi guardò la nuora.

— Tu qui ci vivi soltanto. Né tu né lui siete i proprietari.

Valeria inspirò lentamente.

La discussione era iniziata per una cosa apparentemente semplice.

Raisa voleva dare una copia delle chiavi di casa a un parente, così che potesse entrare quando voleva.

Valeria aveva soltanto chiesto di essere avvisata prima che qualcuno entrasse nello spazio dove lei ed Egor vivevano.

Ma da quando si erano trasferiti lì, ogni volta che provava a mettere un limite, Raisa ripeteva sempre la stessa frase:

— È casa mia.

Entrava nella loro stanza senza bussare.

Spostava le cose di Valeria.

Decideva chi poteva venire e quando.

Egor, invece di intervenire, diceva sempre:

— Non creare problemi con mia madre.

Quella mattina, però, Valeria volle sapere fino a che punto lui fosse davvero d’accordo.

— Non sto cercando di comandare in casa sua —disse.— Sto solo chiedendo un minimo di privacy.

Raisa rise.

— Quando avrai una casa tua, farai le tue regole.

Egor annuì.

— Esatto.

Valeria lo guardò.

— Lo pensi davvero?

— Sì. Finché viviamo qui, dobbiamo rispettare quello che decide mia madre.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Valeria prese la borsa.

— Va bene.

Egor aggrottò la fronte.

— Dove vai?

— Ho una riunione di lavoro.

Uscì senza aggiungere altro.

Mentre era in macchina, il telefono squillò.

Era il suo avvocato.

— Signora Valeria, finalmente abbiamo ricevuto la documentazione completa relativa all’eredità di sua zia.

Valeria rallentò.

Sua zia era morta alcuni mesi prima.

Sapeva che c’era una successione in corso, ma fino a quel momento nessuno le aveva spiegato con precisione cosa le spettasse.

— Mi dica.

— Sua zia le ha lasciato un appartamento con due camere in centro e una somma di denaro.

Valeria rimase in silenzio.

— Un appartamento?

— Sì. Restano alcuni passaggi formali da completare, ma la disposizione è chiara.

Valeria guardò la strada davanti a sé.

Nella sua testa risuonò la voce di Raisa:

«Quando avrai una casa tua, farai le tue regole.»

Per la prima volta quella mattina, Valeria sorrise.

— Posso vederlo oggi?

— Certamente.

Dopo la riunione di lavoro, Valeria andò all’appartamento.

Non era enorme.

Due camere, una cucina piccola, un soggiorno luminoso e finestre che davano su una strada tranquilla.

Ma appena chiuse la porta dietro di sé, sentì una cosa che non provava da molto tempo.

Pace.

Nessuno poteva entrare senza bussare.

Nessuno poteva ricordarle ogni giorno che era ospite.

Nessuno poteva usare il tetto sopra la sua testa come strumento per farla tacere.

Quella sera tornò a casa di Raisa.

Egor la stava aspettando.

— Dove sei stata?

— Alla riunione. Poi avevo una cosa da sistemare.

Raisa comparve nel corridoio.

— Che cosa?

Valeria appoggiò la borsa.

— Una questione personale.

Egor la guardò con sospetto.

— Ho sentito che parlavi di documenti e di un appartamento.

Valeria non rispose.

— Che appartamento?

Per la prima volta, sorrise davanti a entrambi.

— Il mio appartamento.

Egor rimase immobile.

— Cosa?

— Me l’ha lasciato mia zia.

Il volto di Raisa cambiò immediatamente.

— In centro?

— Sì.

Egor fece un passo verso di lei.

— E cosa vuoi farne? Affittarlo?

Valeria scosse la testa.

— Mi trasferisco.

Silenzio.

— Come sarebbe a dire?

— Vado a vivere lì.

— Ma noi viviamo qui insieme.

Valeria lo guardò.

— No, Egor. Stamattina tu e tua madre mi avete spiegato molto chiaramente che tu vivi a casa di tua madre e io qui “ci vivo soltanto”.

Raisa incrociò le braccia.

— Adesso vuoi lasciare tuo marito solo perché hai ricevuto un appartamento?

— No.

Valeria parlò con calma.

— Me ne vado perché vostro figlio mi ha spiegato che, finché vivo qui, la mia opinione conta meno delle decisioni di sua madre.

Egor scosse la testa.

— Ero arrabbiato.

— Ma eri d’accordo con lei.

— Possiamo trasferirci insieme.

Valeria lo osservò per alcuni secondi.

— Poche ore fa non vedevi nessun problema.

— Perché pensavo che non avessimo alternative.

Valeria annuì lentamente.

— Ed è proprio questo il problema.

Egor non capì.

— Quale?

— Hai iniziato a considerare sbagliata questa situazione solo quando io ho avuto una via d’uscita.

Raisa intervenne:

— Mio figlio non andrà a vivere in una casa che appartiene alla tua famiglia.

Valeria la guardò.

— Nessuno lo sta obbligando.

Egor si voltò verso sua madre.

— Mamma, lasciaci parlare da soli.

Raisa spalancò gli occhi.

— Mi stai chiedendo di uscire dalla mia cucina?

Egor rimase in silenzio.

Valeria andò in camera.

Preparò una piccola valigia.

Non voleva portare via tutto quella sera.

Le bastavano alcune cose per iniziare.

Egor la seguì.

— Aspetta.

Valeria chiuse la valigia.

— Non sto dicendo che il nostro matrimonio sia finito.

Lui sembrò sorpreso.

— Allora cosa stai facendo?

— Voglio capire se vuoi davvero costruire una vita con me o se pensi che io debba semplicemente adattarmi a quella che tua madre ha scelto per noi.

— Possiamo sistemare tutto.

— Forse.

Valeria prese le chiavi del nuovo appartamento.

— Ma non finché ogni discussione finisce con qualcuno che mi ricorda che devo stare zitta perché la casa non è mia.

Raisa era vicino alla porta.

Quando Valeria le passò accanto, disse:

— Tornerai.

Valeria si fermò.

— Forse farò degli errori.

Poi sollevò leggermente le chiavi.

— Ma almeno saranno decisioni che potrò prendere senza chiedere il permesso di avere una voce nella mia stessa casa.

E uscì.

Una settimana dopo, Egor si presentò davanti al nuovo appartamento.

Valeria aprì.

Lui restò sulla soglia.

— Posso entrare?

Valeria lo guardò per qualche secondo.

Poi rispose:

— Grazie per averlo chiesto.

Quella frase lo colpì più di qualsiasi rimprovero.

Entrò.

— Ho pensato molto.

Valeria aspettò.

— Credevo che evitare litigi con mia madre significasse proteggere il nostro matrimonio.

— E adesso?

Egor abbassò gli occhi.

— Adesso capisco che eri tu a pagare il prezzo della mia tranquillità.

Valeria annuì.

— Voglio trovare un modo nostro di vivere —continuò lui.— Qui o altrove. Ma senza tornare a prima.

Valeria lo guardò seriamente.

— Prima devi capire una cosa.

— Quale?

— Non avevo bisogno di ereditare un appartamento per meritare rispetto.

Egor rimase in silenzio.

Poi disse:

— Lo so.

Valeria rispose piano:

— Adesso lo sai.

Qualche settimana più tardi, Raisa chiamò suo figlio.

— Allora, quando torna Valeria?

Egor rispose:

— Non sei tu a decidere dove deve vivere.

Dall’altra parte della linea ci fu silenzio.

Era la prima volta che lui le metteva un limite così chiaramente.

Tutto era iniziato in quella cucina, quando Raisa aveva detto:

«Tu qui ci vivi soltanto. Né tu né lui siete i proprietari.»

Egor aveva aggiunto:

«Questa è la casa di mia madre, ed è lei che decide.»

La sera stessa, quando aveva chiesto nervosamente:

«Che appartamento?»

Valeria aveva sollevato le nuove chiavi.

«Il mio appartamento. Mi trasferisco.»

L’eredità non aveva reso Valeria più importante.

Le aveva semplicemente aperto una porta verso un luogo dove nessuno poteva più usare una casa per farle credere che avesse bisogno del permesso degli altri per decidere della propria vita.

Like this post? Please share to your friends:
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: